Esempi virtuosi in Europa per sfruttamento fondi UE

L’obiettivo dei fondi europei è di sostenere gli investimenti per lo sviluppo economico, la crescita sostenibile e una riduzione del divario tra Paesi e territori dell’UE. Le risorse previste dai fondi vengono distribuite con una programmazione settennale e approvate all’interno del Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), dai Paesi Membri e dal Parlamento UE. Questi fondi hanno lo scopo di aiutare le regioni meno sviluppate ad avvicinarsi alla media europea e ridurre gli squilibri interni, a livello economico e sociale, attraverso un’omogenea crescita economica.

Tra i più virtuosi, ossia coloro che sono riusciti a spendere la maggior parte dei finanziamenti ricevuti, ci sono: al primo posto la Finlandia (77%), segue il Lussemburgo (73%), l’Austria (67%), l’Irlanda, i Paesi Bassi e la Svezia (tutti e tre a quota 63%). Occorre specificare che questi sono anche tra quelli che hanno ricevuto una quota minore dei fondi strutturali. All’estremo opposto si trovano: Italia (43%), Slovacchia (42%) e Spagna (36%).

La principale ragione per spiegare la difficoltà nell’accesso e la conseguente scarsa spendibilità dei fondi UE da parte dell’Italia è la bassa qualità del personale amministrativo e burocratico, molto coinvolto nella gestione di suddetti fondi. Gli impiegati dell’amministrazione pubblica italiana hanno un’età media molto avanzata e spesso non posseggono un titolo di studio adeguato. La conseguenza principale è che inevitabilmente i progetti proposti sono spesso tirati fuori dai cassetti frugando fra quelli pensati e abbandonati in passato. Inoltre, le procedure per accedere ai finanziamenti sono spesso non semplici. Per questo, l’Unione Europea ha introdotto due clausole per rendere più efficiente l’assorbimento dei fondi: la prima è la cosiddetta condizionalità ex ante, introdotta per assicurarsi che gli Stati scegliessero di impegnarsi in progetti su cui avevano già individuato un contesto favorevole. In realtà soddisfare i requisiti della condizionalità è risultato un ulteriore passaggio burocratico, secondo molti evitabile. La seconda, la cosiddetta regola “n+3”, per cui i progetti hanno tre anni di tempo per concludersi dopo il termine indicato all’avvio dei lavori. La regola era stata pensata per dare più tempo alle amministrazioni maggiormente in difficoltà ma ha finito per rendere più lenta l’attuazione dei progetti. Esiste poi una questione politica. Le strutture amministrative e burocratiche hanno bisogno del sostegno e della visione della classe politica locale che spesso si muove con logiche clientelari preferendo appoggiare piccoli progetti che assicurino pacchetti di voti.